Concorso Prosa Viva 2003

Concorso Prosa Viva

Per il terzo anno al Liceo “Manzoni” si è svolto il Concorso Prosaviva.

La mattina dell’11 aprile 2003, durante le prime tre ore di lezione, è stato chiesto a tutti gli studenti del triennio liceale di scrivere un racconto a partire da un incipit di cui non conoscevano l’autore.

In ogni classe gli insegnanti di Italiano hanno ammesso alla finale due testi a loro giudizio.

Infine, una giuria, designata dal Consiglio d’Istituto e costituita da Tatiana Bertolini (associazione ex-manzoniani), Maurizio De Rosa (associazione ex-manzoniani) e Aldo Grasso (Corriere della Sera), ha premiato sette racconti, i cui autori hanno ricevuto un attestato.

I primi tre hanno ricevuto anche un buono da spendere in libri o materiale audiovisivo.

 I vincitori sono (dal primo classificato al settimo):

1. DIANA BARBARA PERRA (II E)

2. LUISA BOVE (II D)

3. SARAH BARBERIS (III G)

4. VINCENZO LATRONICO (III D)

5. MICHELLE NAHUM SEMBIRA (III C)

6. OLIMPIA ZAGNOLI (III D)

7. ALESSANDRO FANI (III F)

Pubblichiamo il racconto di Ennio Flaiano e dei primi 3 classificati.

ENNIO FLAIANO

Tutti in piedi

La serata stava riuscendo, il piccolo attico era ormai pieno di amici, contenti di essere stati invitati a quella cena fredda, ma pochi sapevano che era in onore dell’ospite di passaggio, il filosofo Gerar. Era costui un gentiluomo canuto e alto, il vedersi però in mezzo a tante belle donne lo rendeva ora prodigo di una vivacità forse troppo implacabile per quella riunione: aveva la risposta sempre arguta e, per un’abitudine ai suoi classici, costruita spesso come un alessandrino. Raccontava storie di colleghi, aspettandosi scoppi di risa alle battute finali, che preparava sornionamente; e una bisognò tradurla due volte perché il primo volenteroso traduttore non l’aveva capita nemmeno lui: infatti, era in latino.

Comunque il buffet era fastoso e, dopo la prima confusione, gli ospiti si erano appollaiati variamente sui divani, sulle poltrone, ognuno col suo piatto sulle ginocchia, il bicchiere sul pavimento e il pane nel taschino. Anche la stanza da letto della padrona di casa era piena di gente che mangiava distesa sul letto o seduta per terra: costoro erano gli intimi. I giovani s’erano invece riuniti nell’ingresso e controllavano il movimento dei liquori, cercando di stabilire una losca complicità col cameriere chiamato di rinforzo. Altri invitati, i più prudenti, mangiavano in piedi davanti alle consolles o sui ripiani del termosifone, faccia al muro, in una pensosa solitudine da cavalli.

La padrona di casa scivolava smagliante tra un gruppo e l’altro, controllando che tutti avessero un piatto. Ne riceveva in compenso grandi sorrisi a bocca piena, smorfie di profonda soddisfazione, inchini trattenuti, baci rapidi e confidenziali sulle braccia, abbozzi di conversazione.

“Lei non ha champagne?”

“Sì, certo, signora. Dove l’ho messo? Ah, eccolo.”

Quando la padrona di casa tornò al divano dove aveva sistemato Gerar e gli ospiti che ella stimava capaci di sostenere la sua conversazione, tutti stavano parlando del Destino dell’Uomo. Capozzi sosteneva che questo era un argomento da conferenza, inesauribile e che lasciava ognuno del proprio parere. Topini era convinto che lo sforzo degli intellettuali doveva essere di chiarire questa loro posizione umanistica nei confronti del mondo moderno. Gerar cominciò con un “Se ho ben capito…”, continuò dividendo il suo discorso in tre punti e concluse affermando che il disagio attuale dell’Uomo è di non sentirsi più egli al centro della Creazione e che bisognava confortare l’Uomo di questo spostamento. E come? Gerar chiuse gli occhi e disse: “Invitandolo alla Meditazione”.

Ci fu un breve silenzio, tutti ripresero a mangiare, qualcuno approvò cortesemente. Anche la padrona di casa approvò. Era sfinita dalla tensione di un giorno di preparativi ma ora m quel gaio disordine, negli scoppi di risa, in quella ressa soffocante sentiva il calore, il profumo di una serata riuscita.

“Allora, meditiamo” disse improvvisamente Capozzi e cominciò a ridere, dando un colpo amichevole sulla schiena a Topini, che rise anche lui, protestando ma già connivente.

“Cerchiamo tuttavia di capirci sul significato del mio impegno” disse Gerar, credendo che la discussione continuasse. “Io impegno il mio “Io” verso un fine che annulla il mio “Io”? No, grazie, questo è suicidio.”

“Non sarebbe un guaio” disse Capozzi, sorridendo a Topini.

“E suicidio!” affermò la padrona di casa guardando severamente Capozzi.

“Ora” continuò Gerar “ammettiamo che il fine ultimo dell’umanità sia il suicidio collettivo, come voleva Schopenhauer. Io credo che il nostro impegno sia appunto di impedire questa tremenda soluzione. Se vogliamo continuare a parlare di suicidio, bene, che sia Suicidio Vitale.” E si guardò attorno, soddisfatto.

“Lei sposta la questione” disse Capozzi sbuffando e senza guardare Gerar, quasi che la sua vista lo indisponesse.

“Io?” disse sorpreso Gerar.

“Sì, lei” rispose Capozzi.” Poi, con uno scatto di infantile allegria si volse a Topini e gli fece il solletico a un fianco, gridando: “Mangione!”.

“Il solletico! No! Smettila!” urlò Topini. “Mi fai cadere il piatto!”

Gerar si guardava ancora attorno, con l’aria di chiedere un’ovvia risposta agli altri, per estrema civetteria. Perché, di grazia, lo accusavano di spostare la questione? Ma in quel momento sopraggiunse la signora Cocconi. Era molto affannata e si volse alla padrona di casa dicendole se poteva andare con lei un momento di là. Le sentimmo parlottare. La padrona di casa ebbe una smorfia di disappunto e, preceduta dalla signora Cocconi, la vedemmo veleggiare verso il corridoio e qui sparire nel bagno.

“Che diavolo sarà successo?” disse Capozzi. Era molto inquieto, si levò lasciando sul tappeto il suo piatto ancora colmo e si allontanò verso un gruppo di giovani signore che stavano ridendo clamorosamente. Forse raccontavano storielle. Nel vano della porta apparve una cameriera cercando con gli occhi qualcuno. Cercava l’ingegner Rizzuti. Era certo successo qualcosa di grave perché l’ingegnere, amico della padrona di casa, era anche la persona più seria della riunione.

Attorno a Gerar la conversazione riprese stanca. Si parlò di rapporti culturali, di bellezze naturali e infine di pittura moderna, ma il pensiero di tutti era altrove, là, nell’anticamera e nei servizi, dove era successo qualcosa, che già inquinava la serata e teneva tutti in una spiacevole attesa.

“La pittura come atto umano, tornerà fatalmente all’Uomo” concluse Gerar.

“Lo credo anch’io” disse una signora. “Così non può continuare.”

Fu a questo punto che Topini mise un piede nel piatto lasciato a terra da Capozzi e se ne andò nell’anticamera, saltellando sull’altro piede per non sporcare i tappeti. Voleva pulirsi le scarpe e avrebbe anche saputo che cosa era successo. Gerar continuò a becchettare con la sua forchetta nel piatto, con gesti precisi di gallina, sorridendo e parlando ai superstiti che l’attorniavano.

“Conoscete Daniel Rops?” domandò. Voleva raccontare un aneddoto. Ma fu interrotto da Topini, che tornò per dare la notizia di quel che era successo. Di là, nel bagno, era successo che la signora Cocconi, per lavarsi le mani s’era tolto un brillante dal dito e il brillante era caduto, rimbalzando nel lavabo, e ora non si trovava più.

“Non si trova più?” ripeté una signora.

“Sparito. Lei dice che vale dieci milioni.”

“Io vado a vedere” disse la signora alzandosi.

Gerar taceva pensoso, ma sorridente. Di colpo ripeté: “Conoscete Daniel Rops?” e quando tutti, un po’ sorpresi ormai della sua tenacia, ebbero assentito, continuò dicendo che, bene, Daniel Rops aveva guadagnato molti milioni scrivendo vite di Gesù e che una sera, essendosi recato da Mauriac con sua moglie, che indossava una pelliccia di petit-gris, Mauriac lisciando la pelliccia della signora Rops aveva detto: “Oh, voilà du petit-Jésus!”.

Tutti risero cortesemente, eccetto Topini, che pensieroso disse: “Io ho il sospetto che il brillante sia caduto nel…”. Stava per completare la frase, ma si trattenne e guardò gli altri sillabando a vuoto la parola gabinetto.

“Un po’ di dolce? Chi vuole dolce?” domandò una signora portando con civetteria da soubrette un vassoio di piatti colmi di un dolce tremolante. Illuminandosi in viso come un bambino buono, Gerar esclamò: “De la tarte a l’orange? C’est toute l’Italie!”.

Era soddisfatto del suo alessandrino, ma nel prendere il piatto non seppe tenerlo e se lo rovesciò sullo sparato. C’era proprio qualcosa che non andava quella sera, una diffusa e ironica maledizione negli oggetti, che tramutava tutto in una farsa da circo equestre. Topini fu quasi per soffocare dalle risa; poi, per farsi perdonare divenne serissimo e accompagnò lui stesso Gerar verso il bagno, dicendo: “Non è niente, lo laviamo subito”. Altri si accodarono, e, nel bagno, videro che la signora Cocconi era ormai ai ferri corti con la padrona di casa. Entrambe accaldate, discutevano fermamente, rivelando voci dure e sino ad allora insospettate. La cameriera e l’ingegner Rizzuti erano in ginocchio accanto al gabinetto e scrutavano. La cameriera diceva: “Mamma mia! E come si fa?” e stava per piangere. L’ingegner Rizzuti si levò, spolverandosi i pantaloni e annunciò il verdetto: “E certamente rimasto nel gomito. Bisogna smontare tutto”.

“Ma è chiaro. Non c’è altro da fare!” insisteva la signora Cocconi.

“Sarai scema!” ribatteva la padrona di casa. “Adesso, vuoi smontarlo? Se ne parla domani.”

“Non vorrai che lasci dieci milioni nel tuo buco, eh, per caso? Chi mi garantisce?”

“Prima di tutto abbassa il prezzo” ribatté la padrona di casa. “Poi, potevi fare a meno di buttarcelo!” Ma, volgendosi vide lo strano gruppetto sulla soglia del bagno e tentò di cambiar voce: “Oh, voi qui?” disse gorgogliando.

“La tarta all’arancio!” esclamò desolato Gerar allargando le braccia. Non si aspettava un tiro simile dall’arancio, il dorato frutto, simbolo dei suoi amori mediterranei, emblema della sua filosofia.

“Usciamo!” propose allora la padrona di casa, lieta del diversivo. “Usciamo e torniamo tutti di là, Gerar deve lavarsi.”

“Io non esco un accidente” disse la Cocconi.

“Non esci?” La padrona di casa inarcava le sopracciglia in un tentativo elegante di stupore, come se l’idea della sua ospite, di voler restare chiusa nel bagno con Gerar, le sembrasse bizzarra ma divertente. “Ma perché, cara?”

“Se questo mi vuota il sifone” disse la signora Cocconi indicando Gerar “io ho bell’e perso il mio brillante. Mandalo nel bagno di servizio. Qui io e l’ingegnere dobbiamo lavorare.”

“A quest’ora sarà difficile trovare un idraulico” disse l’ingegnere.

“Ma non possiamo farlo noi? Che ci vuole?” disse la signora Cocconi.

Ci fu uno scoppio di risa, nella platea; e il corridoio era ormai pieno di gente che voleva vedere. La padrona di casa, sconvolta, si appoggiò al lavabo, di colpo furiosamente si riprese e cominciò a spingere tutti fuori dal bagno: “Via! Via!” gemeva quasi volesse impedire a tutti la vista di quella deplorevole fine di serata. “Via, torniamo di là, conversiamo!”

“Io non esco, io dormo qui” disse la signora Cocconi; e, per dare più forza alla sua decisione, sedette sull’orlo della vasca da bagno, guardando pensosa l’imperscrutabile gomito che racchiudeva la sua fortuna.

“Era quasi bella, nel suo dolore” disse più tardi Topini.

Primo Premio: Diana Barbara Perra, 2° E

Caviale nero

La serata stava riuscendo, il piccolo attico era ormai pieno di amici, contenti di essere stati invitati a quella cena fredda, ma pochi sapevano che era in onore dell’ospite di passaggio, il filosofo Gerar. Una trentina di invitati della Milano bene orbitavano intorno al ricco buffet, che avevo ordinato da Peck, tentando di nascondere un nervosismo dettato più che altro dalla presenza annunciata di un ospite sconosciuto. Gerar, semisdraiato su una dormeuse, osservava placidamente gli ospiti, con occhi da rettile.

“Caro Gerar!-esclamai col mio accento toscano, appena mitigato da tanti anni di permanenza a Milano- Caro Gerar! Desidera qualcosa da quel buffet?”. “Beatrice, mia cara, la prego, solo del caviale nero. Mais me lo porti sguarnito, e su un piattino bianco”. “D’accordo…”.

Scavalcai sorridendo la piccola folla assiepata davanti al tavolo, distraendola con qualche chiacchiera sull’eccezionale bravura del nostro sassofonista, che spandeva note di melassa mezzo celato dai benjamin– il mio orgoglio di pollice verde– e conquistai una cucchiaiata dell’agognato caviale. Ne era rimasto solo di rosso. Tornai dal mio amico con un gran sorriso: “E mi dica, come proseguono i suoi studi in Francia?”. “Ah, la France…una noia…Ma che cos’è questa cosa?!? E’ orrendamente rosso, mais io le avevo domandato esplicitamente del caviale nero!”. La sua donna, una modella troppo giovane per lui, e troppo alta, e con un abito troppo corto, mosse nervosamente una gamba e lo guardò storto da sotto le lunghe ciglia ricoperte di mascara verde rame, rimproverandolo per il tono maleducato. Era svedese, ma se avesse conosciuto una sola parola di francese o di italiano non gli avrebbe risparmiato una scenata. Una sua occhiata, con quel trucco spaventoso, fu più che sufficiente.

“Mi dispiace, Gerar, quello nero è terminato”- dissi con una punta di sconcerto. Con quegli strepiti aveva attirato gli altri invitati, che lo osservavano incuriositi. Sforzando la sua immaginazione, Gerar rispose: “Ebbene, non si dia pena, Beatrice! Se sul buffet non c’è più caviale nero, qualcuno ne avrà ancora un po’ nel piatto, no?”. Un banchiere, mio amico d’infanzia, venne meno alla sua proverbiale avarizia e si fece avanti.

“Mi dia un uovò solo, signore. Uno solo”.

Un puntino nero – infinitesimale macchia nel piatto – sembrava galleggiare sulla ceramica bianca. Il setter irlandese della modella, Tato, cercò di allungarvi sopra una lappata, ma il suo tentativo gli valse solo una tirata di guinzaglio.

Il filosofo pose il piatto a terra, sul parquet di ciliegio. Il silenzio era rotto solo dalla musica, che trascolorava pallidamente nell’aria. I capelli e le sopracciglia di Gerar splendevano come gelida brina sotto il lampadario di ferro battuto che avevo accostato ai mobili antichi e ai preziosi quadri rinascimentali dell’attico.

“Guardate questo minuscolo uovò, in questo piatto bianco”. L’inflessione delle sue parole era marcatamente francese, il tono era piano, il ritmo era lento, e pareva attardarsi anche su quello del sassofono, languido e strascicato. I volti informi e tutti uguali degli ospiti impallidirono per la solennità del momento, mentre lo sciocco marito della mia vicina di casa rideva e batteva le mani, in tutto e per tutto simile a una foca da circo obesa, convinto di aver finalmente trovato qualcosa che lo divertisse e che lo distogliesse dalla noia del suo mestiere.

“Questa cosa così piccola è capace di inghiottire tutta la luce che la colpisce. Soltanto perché è nera. Capite? Non le importa quanto bianco sia il piatto”. Una nota interrogativa interruppe il costante lamento del sax.

“Immaginate che un uomo molto ricco una mattina si svegli con un’idea terribile. Un uomo a cui piacciano le uova di storione, un uomo incosciente, senz’anima!- e lo disse con rabbia, ed enfasi particolare, tanto che le sopracciglia gli si contrassero violentemente- Immaginate che quest’uomo finanzi dei laboratori di ingegneria genetica perché modifichino il Dna degli storioni, di modo che una sola femmina produca chili e chili di uova al giorno, e a costi minimi. Tanto minimi da permettere di sfamare l’intera Africa per una settimana con il mio stipendio mensile. Quest’uomo si farà prendere la mano. Riempirà i fiumi di orrendi storioni, credendosi il benefattore dell’umanità!”.

“Immaginatevi le folli quantità di uova nere- gemme di vita e di morte- che inonderanno le terre emerse, fino a sommergerle, fino a quando avranno conquistato il totale dominio sulla luce. Da queste uova puzzolenti nasceranno milioni di putridi storioni, e il mondo stesso verrà consumato dalle loro ruvide scaglie”.

Si zittì, e rise. La mia vicina cacciò un urlo acuto. E Gerar le sorrise sornione: “Signori, sono un filosofo. Non dovete prendermi troppo sul serio. La parole a été donnée à l’homme pour cacher sa pensée”.

Secondo Premio: Luisa Bove 2D

Notte insonne

La serata stava riuscendo, il piccolo attico era ormai pieno di amici, contenti di essere stati invitati a quella cena fredda, ma pochi sapevano che era in onore dell’ospite di passaggio, il filosofo Gerar.

“No, così non può andare”.

L’autrice, sempre troppo autocritica nei confronti dei suoi incipit, si accende una sigaretta e cestina per l’ennesima volta il frutto del lavoro di una notte.

Quinta volta, per la precisione.

Cinque racconti, storie, mondi interi, avevano tentato di aprirsi tramite la sua penna, il suo cervello, la sua fantasia, e ogni volta la sua insicurezza li aveva accartocciati. Soppressi.

Il primo e il secondo erano stati bollati rispettivamente come “troppo fantasioso” e “troppo cupo” – visto cosa fa l’insicurezza? Come può un racconto essere troppo cupo? Può essere cupo, certo, ma chi stabilisce il limite superato il quale un lettore non potrà fare altro che sentenziare “troppo cupo”? – mentre il terzo tentativo…che difetto aveva? Non riesce a ricordarlo, ora, nel suo piccolo attico, sola con la sua sigaretta (la quinta).

Eppure qualche guaio doveva averlo quel terzo inizio, altrimenti come si spiega che sia in fondo al cestino in compagnia della fantasia più fantasiosa e dell’inquietudine più inquieta?

Ricorda invece l’incipit numero quattro. Era una brutta copia del quinto. C’erano lo stesso attico, la cena e un ospite.

Dopo aver cestinato il tutto – più per abitudine ormai che per qualche vera ragione – e dopo la quarta sigaretta nell’attico, se ne era chiesta il motivo. Non c’era!

Presa da una grande fiducia in se stessa allora aveva ricominciato col quinto tentativo, accartocciando e cestinando solo la sua insicurezza, questa volta.

Si erano aggiunti dei particolari:l’attico era pieno di amici, la cena era fredda e l’ospite era il filosofo Gerar.

Reminescenza infantile. Gerar era il protagonista delle storie che suo padre con pazienza estrema inventava per lei quando era bambina, nella speranza (ingenua) di farla addormentare e ottenendo puntualmente le sue domande sfiancanti, ma incredibilmente tenere.

Come le era tornato in mente il filosofo Gerar? Che ci faceva nell’attico con la cena fredda e gli amici?

“No, così non può andare”.

Nuovo crollo dell’autostima. Nuovo canestro nel cestino.

Decide che anche per questa notte è abbastanza. Cinque tentativi in fondo sono una buona media.

Alcune notti, quando la smania di scrivere si fa davvero insistente può arrivare anche a dieci, quindici sigarette e altrettanti incipit.

Sa dall’inizio la fine che faranno. Eppure adora sapere che chiuse in un cestino ci sono situazioni “accartocciate”, che se solo volesse potrebbero diventare veri mondi a parte.

Ricorda che ai tempi in cui il filosofo Gerar infestava le sue notti, pensava che un giorno sarebbe diventata una grande scrittrice. Poi ha scoperto di non essere abbastanza forte e lentamente ha rinunciato.

Già nel salire le scale per raggiungere l’attico sa che la nottata si ridurrà a nicotina e spreco di carta.

Ma non gliene importa niente.

Terzo Premio: Sarah Barberis, 3 G

Puglia mon amour

La serata stava riuscendo, l’ attico era ormai pieno di amici, contenti di essere stati invitati a quella cena fredda, ma pochi sapevano che era in onore dell’ ospite di passaggio, il filosofo Gerar.

Geràr, il massimo esponente della filosofia dittatorial-liberal-filo-esponenzialista, era un ometto piccolo, rotondo, di capigliatura rada, faticosamente stiracchiata su tutta la superficie cranica, con evidente tormento dell’ esigua massa tricotica.

Gli occhietti porcini spiavano con alterigia l’ ambiente circostante, nascosti dietro spesse lenti che gravavano sull’ aguzza punta del naso.

La particolare conformazione delle ossa cervicali, ahimè, lo obbligava a basculare ritmicamente la testa avanti e indietro, riproducendo perfettamente la danza d’ amore della tartaruga lacustre del bacino Strogaloff.

Ci scusiamo anticipatamente con la tartaruga se da ciò dovesse sentirsi offesa.

Era un uomo piccolo, superbo e tremendamente sofisticato; insomma,un genio.

Lui infatti, di recente, aveva elaborato in un suo testo la brillante definizione cosmico-naturalista-cyber-post-moderna-colossal-esistenzialista-post-prandiale dei nostri amari tempi di dittatura autoimposta, asserendo categoricamente: ” La vita è brutta, brutta, brutta.”

Geràr stava in silenzio al centro della stanza e ruminava elegantemente una gourgère di simil-gambero attinta dal ricercatissimo buffet che la contessa Sfrancoise aveva allestito nel suo attico minimal-hi-tech per il grande evento.

La crema di Parigi era lì quella sera.

Il filosofo, infatti, rarissimamente lasciava il suo loculo in rue de Fourcy, tantomeno per un volgarissimo evento mondano.

Pochissimi conoscevano la sua faccia; persino la Contessa era stata avvisata al suo arrivo, per evitare brutte figure.

Aveva cercato di intrattenere una conversazione arguta con lui, ma il nostro filosofo si era allontanato apostrofandola, si vocifera, ” sguaiata oca ripulita” .

Lo seguivano da lontano con occhi adoranti e amorevoli tre individui che avevano avuto l’ onore di conoscerlo: il designer demenzial-futurista Hgkihjsdy di presunte origini magiare, il disoccupato dandy radical-chic Carouselle ed infine l’ alto, torvo e di nero vestito Grisolle, poeta mutista; aveva smesso di parlare cinque anni prima, dichiarando solennemente: ” — —- , —— —- — —–!”.

La festa procedeva bene e gia tutti si stavano raffinatamente annoiando quando la porta principale si spalancò in un turbine di collera e cellulite e subito si avvertì distintamente nella stanza un’ aroma di pane di Altamura e cozze.

Nessuno seppe distinguere la figura muflonica che caracollando attraversò la stanza puntando minacciosamente Geràr.

E fu in quel momento che Grisolle, tradendo clamorosamente i capisaldi della sua poesia, si avvicinò alla Contessa e disse: ” Madame, mi permetta una parola, chi mai potrà essere quella volgare tett- oops, procace donna che ha avvicinato imprudentemente il nostro beneamato?”.

” Oh, buon dio, non saprei! Che assurdità! ……… Geràr sembra intimorito, e l’ ascolta umilmente! Che sia la sua compagna? Non posso neanche immaginare il nostro illuminato appaiarsi ad una …..mi scusi il termine …… scrofa di tal fattura!”.

La donna, dopo aver allontanato i tre angeli custodi di Geràr, insultandoli in dialetto basso pugliese-lucano-tarantino, sbraitò: ” E mmo’ bbasta!”. Si voltò, roteando abilmente il mattarello in una mano e si rivolse a tutta la sala: ” Lo vedete questo qua? Sapete chi è?”

Uno degli invitati si alzò indignato ed esclamò: ” Ma bien sure, lui è il grande, l ‘ unico, il massimo, il sublime Geràr! Il più grande pensatore di tutti i tempi! Amato dal nostro benevolo e munifico dittatore globale e premiato ufficialmente dal Ministero del Libero Pensiero Unico . E che diamine, signora!”

La misteriosa donna , in preda a risate isteriche, rispose: ” Chiii? Ma l’ hai visto in faccia? Questo è Pasquale Maruccia! Ma quale filosofo?! Fa il camionista da dieci anni! Trasporta per l’ esattezza maiali e tacchini ! Tre volte a settimana fa la tratta Trepuzziammare-Parigi e mo’, per caso, scopro che quando viene accà, il filosofo fà….. mannaggia all’ oste! Ma sapete chi li scrive quei libri? Chi versa il sangue sulla carta fra un’ orecchietta e una cima di repa? La sottoscritta, Concetta Crocifissa!

Ma Pasqualino, ‘sto fetente, sempre mi dice che la Harmony non li vuole pubblicare! E allora Pasqualino mio cheffà? Li pubblica in Francia e si fa bbello lui!”

A quel punto la Contessa scattò in piedi,mettendo a rischio le trentaquattro protesi che proteggevano l’ambiente circostante da cedimenti adiposi improvvisi, e disse:” Ma come pensa di accostare ai libercoli di Harmony le pregevoli composizioni, le alte riflessioni sul sublime amore, le cupe ossessioni che attanagliano l’esistenza descritte magistralmente nei libri di Geràr?… Ma insomma, Geràr, dica qualcosa! Non può farsi offendere in codesta maniera!”.

Geràr, in lacrime o forse semplicemente sudato, biascicò ignominiosamente: “Beh, ‘nsomma…. mannaggia ‘lli morti! M’hanno beccato!”.

La Contesa svenne e cadde nobilmente nella sangrìa di banane tropical-plasticose; intervennero due invitati per soccorrerla, ma entrambi, scivolando, rovinarono sul vassoio di tartine di quasi-caviale.

Nel marasma e nello scandalo generale, Concetta piegò il marito e lo depose nella borsetta, sulla quale un’etichetta recitava:” Ai lov Puglia”.

Tuonò, rivolta ai tre ammiratori di Geràr-Pasquale:” E voi tre, Peppino, Vincenzo, Giuseppe, andiamo, si torna a casa, subito!”.

Un gornalista presente alla festa telefonò immediatamente in redazione:”Pronto? Sono Corbelli, allora in prima pagina, sposta l’articolo sulla guerra nei Balcani, si, si, si, al suo posto metti questo titolo a nove colonne: GERAR CAMIONISTA: LA FINE DI UN’ERA?”.

Alla pagina “Concorso Prosa Viva” viene presentata l’iniziativa e sono elencate le principali edizioni del concorsoi dal 2003 fino ad oggi.

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